Non c’è più il tempo

L’incontro con l’artista Antonella Besia ha portato chi scrive a relazionarsi con un mondo espressivo caratterizzato da una ricerca totale che parte dalla pittura e dalla grafica, per addentrarsi nella scultura e nell’installazione; ambito quest’ultimo, nel quale le diverse componenti linguistiche si relazionano e interferiscono tra di loro producendo un inedito stato della realtà artistica. Questa particolare attitudine, lungi dal portarla a cambiamenti di rotta e a sconfinamenti, è in realtà una sua caratteristica che le ha permesso fino ad oggi di condurre una ricerca costante, nella quale è possibile articolare su più registri espressivi differenti livelli di realtà. In questa luce le arti visive rappresentano nella loro totalità uno strumento d’indagine funzionale a un linguaggio specifico nato dall’incontro tra una sensibilità ricettiva e un’esperienza di vita nella quale, sicuramente, i concetti di memoria e di origine hanno una posizione centrale. A testimoniare la centralità di questi ultimi aspetti è l’installazione “Orme” realizzata nel 2010 per la Biennale Architettura di Venezia all'interno dello spazio Thetis Arsenale novissimo per l’evento collaterale “Culture _ nature – green ethics – habitat - environment” a cura di Alessandra Coppa e Fortunato D’Amico. All’interno dell’Arsenale le distinte pareti dell'istallazione producono un doppio spazio per una comunicazione che ora si svela attraverso l'immagine dichiarata della fotografia, ora si rivolge al lettore della parola scritta; ai due ambiti risponde la volontà dell'artista di alternare lo svelamento con la riservatezza, la forza dell'evidenza che si fa esperienza tattile con il processo di avvicinamento al messaggio del libro offerto con durezza simbolica su due bancali di legno. Osserviamo come il lettore del libro d’artista si sposti all’interno delle pagine per entrare con gli stessi elementi e gli stessi caratteri dentro l’installazione così fortemente contrassegnata dalla pagina piegata, dalla presenza dei caratteri di una macchina per scrivere e dalla fotografia il cui ribaltamento linguistico sembra orientare sulle 'tracce' di nuove suggestioni del pensiero ricettivo.

In questa più recente fase della sua ricerca, collocandosi all'interno dell’iniziativa Open Studio, Antonella Besia apre le porte del suo atelier realizzando una più estesa istallazione racchiusa nel titolo “Non c’è più il tempo”; alla base del nuovo progetto si pone l'esperienza di un work in progress nel quale gli ambienti sono riformati e connotati da interventi e procedure che si sommano e si accrescono rinnovandosi. Il percorso nello spazio si sviluppa a partire da un primo ambiente nel quale l’artista concepisce un’installazione realizzata attraverso la sospensione e dislocazione variabile di lunghe fasce verticali in tessuto, ottenendo l'annullamento di ogni orientamento nello spazio. Gli elementi impiegati si connotano come veri e propri manufatti, perché sono attraversati da aggiunzioni di più frammenti per cucitura, dalla sospensione di disegni e dalla presenza di tracce grafiche che li relazionano, innescando un processo di rimandi e collegamenti; una dinamica installativa che tende ad allargarsi verso le pareti dello spazio arricchite dalla presenza di opere, disegni, scritti, interventi su muro e soluzioni che generano d’apres dedicati a se stessa e al proprio lavoro.

I processi compositivi realizzati si caratterizzano ancora una volta quali tentativi di riconnettere frammenti, cogliendo nessi attraverso congiunzioni e interferenze, contrapposizioni di pieni e di vuoti, giochi di parole e di segni, restituendo così un’alterazione della dimensione spazio temporale; questi passaggi evidenziano in Antonella Besia una singolare capacità di distribuzione dei singoli “scarti” della propria testimonianza di pensiero visivo lungo i diversi livelli della realtà. Le precedenti prove d’installazione “97 Baume Legno” e “97 Baume ferro” che raccolgono 97 disegni realizzati su carta nel 2010 e nelle quali le relazioni erano stabilite da strutture ora connesse precariamente, ora rigide e in tensione, hanno lasciato il posto a un articolato e raffinato complesso di relazioni. Infatti, i materiali utilizzati tra i quali vi è la presenza della carta catramata e della cenere di camino, circuitano ancora una volta, intorno ai temi dell’impronta e della traccia riconnettendosi ai principi d’identità e di origine, intesi in senso autobiografico. Ancora, le pinze fermacarte, la cui funzione sottolinea il valore simbolico della documentazione, sospendono sulla continuità delle pareti bianche campionature di memoria che declinano tra presenza e assenza tra segno e relitto materico l’intervallo transitorio in cui si colloca l’esperienza umana.

Assume un carattere più espressamente narrativo l'attuale intervento, ancora focalizzato sulla frequentazione dell'habitat e sulla sua percezione reinventata dal fare dell'arte. Antonella Besia dispiega grandi fogli di carte bianca andando a rivestire fino all'occultamento parziale le pareti della stanza, lasciando scorgere il chiaroscuro delle linee di piegatura. I diversi e ampi fogli di carta bianca rimangono sospesi, al limite del galleggiamento accentuando la condizione di leggerezza e di precarietà, fino ad andare a coglierne anche il “fruscio”; lo stato di prevista precarietà che l'utilizzo del nastro adesivo di carta sottolinea, mostra a tratti e lascia scoperte frazioni di porta, di finestra e di muro, permettendo a chi accede di partecipare direttamente alla condizione percettiva tra semi occultamento e parziale svelamento, inserendosi cosi nel gioco tra visione e ricordo, tra realtà e finzione, tra presenza e assenza. L'estensione dell'habitat, cosi caratterizzato da mirata precarietà e disequilibrio, è in grado di sostenere la “logica del racconto” interpretato da un nuovo Ciclo di opere “pittorico-grafiche” racchiuse nella serie Frammenti, dislocate seguendo un “ordine sparso” che inquieti segni legano e tessono tutto avvolgendo in un’unità linguistica e di percezione. Appaiono centrali nella definizione espressiva dell'istallazione ambientale il sistema condotto e impresso dalla Besia di quei segni-fili che come “bave” shakespeariane trattengono e ricollegano l’artista alla realtà, quale fonte d’ispirazione gestita dalla sensibilità del proprio pensiero. Un processo e un risultato che possiamo ricollocare nell’ambito dell’astrazione, all'interno di quella tendenza che prese l’avvio negli anni ottanta, in autonomia tra le spinte neo-figurative e post-concettuali.

ida terraciano